Fallimenti, errori e programmi approssimativi: la pretesa competenza scientifica delle élites biotecnologiche si sta rivelando una chimera disastrosa




Cibi biotech fine del mito

Numero Nexus #30
Pagine 2-6 (inserto italiano)
Data di uscita luglio-agosto
Anno 2000
Autore Enrico Corbi

Indice


La pretesa competenza scientifica delle élites bioteonologiche è una chimera, foriera di ulteriori, inimmaginabili disastri, I timori che appena tre anni fa sembravano follie esoteriche da relegare nel ghetto della "controinformazione" oggi sono divenuti moneta corrente. Un vasto strato di opinione pubblica ha ormai compreso quanto indecente sia la strategia di addomesticare i rischi della manipolazione genetica sui cibi.

MITO DEGLI OGM N.6:
«Per secoli l'uomo ha cercato un ago in un milione di pagliaio, ora almeno sa in quale pagliaio cercarlo»

È quel che gli ingegneri genetici vogliono che si creda. In realtà, pagliai a parte, non hanno nemmen chiaro quale sia l'ago, né a che cosa serva. «In realtà gli OGM sono la risultante... di un disegno molecolare estremamente approssimativo. Non si sa praticamente mai dove si impianta il transgene nel genoma ricevente (...) e non solo non si sa dove il gene si fissa, ma non si sa neanche quando. (...) Nulla dimostra peraltro che il genoma modificato resterà permanentemente in quello stato»[1]
Ecco due esempi di previsioni fallite:

  1. «I doni di palma da olio piantati nel 1983 hanno iniziato nel 1986 a produrre fiori e frutti anormali»[2]
  2. «Già nel 1996, nel Sud degli Stati Uniti, la messa a coltura di 800.000 ettari di un cotone transgenico della Monsanto. . .fu devastata da un verme del cotone, moltiplicatosi per l"'eccezionale" siccità che allo stesso tempo aveva - incresciosa coincidenza - ridotto la produzione di tossina Bt (quella che dovrebbe uccidere i parassiti, ndr) da parte delle piante..."[3]


Perché il biotech fallisce? alcuni studiosi ne individuano. le ragioni:

  1. Pelt: «A seconda della sua localizzazione, il gene estraneo è spesso schiavo di regolazioni imprevedibili, che lo portano ad essere per lo più silenzioso, oppure, più raramente, ad esprimersi in eccesso. (...) La natura fluida del genoma fa si che il risultato di una qualsiasi trasformazione sia intrinsecamente imprevedibile»[4].
  2. Secondo il genetista italiano Giuseppe Sermonti, lo status epistemologico della biologia molecolare è ancora profondamente lacunoso. Si consideri, ad esempio, il fatto che non è possibile spiegare le differenze morfologiche tra le specie viventi in base al loro genoma. In altri termini, la differenza tra le specie (e la loro stessa origine) costituisce ancora un mistero non interpretabile alla luce dei paradigmi meccanicistici del tipo «one gene-one protein». «Si è pensato... che la "gattinità" fosse una prerogativa diffusa dei geni del gatto e la "moschinità" di quelli della mosca. (...) In realtà i ricercatori che decifrarono il codice genetico capirono subito che esso è universale (...) e che non è il codice genetico che fa la differenza. (...) Sempre più si consolida l'idea che non si trovi nel profondo cuore molecolare delle cellule, semmai in un vago "campo" che si svolge sino a risolversi nella forma stessa del cuore e del gatto"[5].
  3. Già più di vent'anni fa Francois Jacob aveva definito «monodimensionale" la logica della biologia molecolare. «Non appena si aggiunge una seconda dimensione, per non parlare della terza, i biologi non si ritrovano più»[6].

I mass-media, al traino del sapere ufficiale e della loro politica, ignorano tutto ciò; seguitando a minimizzare gli azzardi della genetica. Ecco un'altra «perla»:

MITO DEGLI OMG N.7:
«Neanche il trasferimento di geni da una specie all'altra... è di per sé pericoloso: gli uomini già condividono il 50% dei loro geni con le banane»

Qui si allude allo hox-cluster, un «pacchetto» di dieci geni presenti in quasi tutte le specie animali, dagli insetti ai mammiferi. Una sequenza di geni che decreta l'ordine di collocamento degli organi durante lo sviluppo embrionale. Ma se tanta parte dei geni è identica, come mai l'uomo differisce in modo così vistoso dalla banana? È un'osservazione apparentemente umoristica, che cela in realtà una profonda questione epistemologica, egregiamente riassunta da Fritjof Capra, il noto autore del «Tao della Fisica»: «Dai grandi risultati della biologia molecolare, descritti spesso come la “decifrazione del codice genetico”, è derivata la tendenza a rappresentare il genoma come una sequenza lineare di geni indipendenti, a ciascuno dei quali corrisponde un tratto biologico.
La ricerca ha però dimostrato che un singolo gene può influire su un'ampia gamma di tratti e che, per converso, molti geni distinti spesso si combinano per produrre un unico tratto. Resta dunque assai misterioso il modo in cui strutture complesse, come un occhio o un fiore, possano essersi evolute tramite mutazioni successive di singoli geni. Evidentemente lo studio dell'attività di coordinazione e integrazione dell'intero genoma è di enorme importanza, ma esso è stato fortemente ostacolato dalla prospettiva meccanicistica propria della biologia convenzionale. Solo molto di recente alcuni biologi hanno cominciato a comprendere che il genoma d'un organismo è una rete fittamente intessuta e a studiarne l'attività da un punto di vista sistemico»[7]

MITO DEGLI OGM N.8:
«La genetica sta ormai svelando il segreto della vita»

Ne siamo proprio sicuri? Sappiamo davvero che. cosa sono i geni? Una interpretazione non materialistica del DNA (e della vita) viene avanzata da più parti. Una particolarmente intetressante ci viene fornita dalla comunità tedesca «Universelles Leben" (Vita Universale) di Wurzburg. Questo gruppo spirituale di «cristiani delle origini» è stato uno dei primi ad affrontare la questione transgenica. Ne «I pericoli della manipolazione genetica», apparso nel 1993, possiamo leggere una profonda e documentata analisi sul biotech e sulle sue vere finalità. Non c'è alcuna vaghezza spiritualista in questi autori.
Ecco in sintesi il loro pensiero: nei geni verrebbe memorizzato il programma karmico di ogni essere vivente, o più precisamente, il corrispettivo materiale di un'essenza che risiederebbe presso altre dimensioni, cioè nei piani astrali ed eterici, luoghi remoti che fungerebbero da «banche di memorie energetiche». Le molecole di DNA non sarebbero quindi nient'altro che emittenti-riceventi di onde. Non strutture rigidamente conformate, capaci di assolvere una sola funzione, bensì qualcosa di più simile a relais intelligenti e dinamici, atti a ricevere ed amplificare gli impulsi di varie sorgenti, astrali e terrestri, ciascuno con la sua specifica frequenza. Ne conseguirebbe che le menti degli individui sono in costante risonanza con i propri geni, poiché in questi ultimi èdepositata l'identità originaria di quelle. Secondo l'ipotesi di «Vita Universale», il più grande rischio connesso alla manipolazione genetica è quello che geni estranei introducano frequenze perturbanti in grado di distrtuggere l'identità stessa dei viventi. Nel caso dell'uomo, la modificazione dei programmi karmici potrebbe avere come conseguenza l'alterazione della sua personalità. Infatti verrebbero ad essere perturbati i geni codificatori dei neuropeptidi, quelle particolari proteine che sovraintendono alle funzioni cerebrali connesse con i sentimenti. In altre parole verrebbe minata la libertà spirituale dell'uomo, perché l'inquinamento genetico lo renderebbe incapace di riconoscere i suoi propri sentimenti (il senso del rimorso, ad esempio), codificati nel suo DNA.
«Se determinati geni vengono immessi come additivi in un genere alimentare che viene consumato dall'uomo, essi possono interferire, a sua insaputa, sul meccanismo di comando del cervello.., sulla funzione degli organi sensoriali, delle ghiandole, degli ormoni. (...) D'altra parte sarebbe anche possibile influenzare i pensieri, i sentimenti e la volontà»8. Questa terribile prospettiva trova precisa corrispondenza negli studi di due ricercatori, Jean-Claude Perez e Joel Sternheimer, i quali convergono nel dimostrare come la distribuzione delle basi sui nucleotidi del DNA non segua un ordine casuale - come sostiene invece la biologia molecolare tradizionale - bensì un algoritmo equivalente alla serie di Fibonacci, ossia al numero aureo. «Esisterebbe dunque una sorta di “sovracodice del DNA” che le manipolazioni genetiche sconvolgerebbero, creando disordine laddove prima regnava un “ordine”, un' “armonia” (...). L'introduzione di un transgene creerebbe di colpo un disequilibrio le cui conseguenze potrebbero essere, nel tempo, incalcolabilmente disastrose»[8].
Anche l'esistenza di una sorta di «comunicazione vibrazionale» tra le molecole del DNA ed altre sorgenti fisiche viene confermata da questi nuovi studi [9]. Secondo il medico cinese Chiang Kanzhen, l'applicazione di campi biomagnetici agli organismi vegetali ed animali produce modificazioni «naturali» nel loro DNA. Da almeno vent'anni a questa parte, quindi, una nuova biologia sta prendendo gradualmente forma, grazie al contributo di ricercatori indipendenti, spesso lasciati ai margini della politica di ricerca accademica. Quest'ultima si rifiuta ostinatamente di prendere in considerazione le nuove teorie, anche quando vengono corroborate da rigorose sperimentazioni. Con la tecnica dell'insabbiamento e della sospensione del giudizio sine die, si evita di dover riformulare i dogmi sui quali ci si ècomodamente adagiati.

Quali alternative?

Chiudendo qui il discorso sui falsi miti indotti dallo scientismo (moderna forma dì superstizione che le élites dominanti spacciano per scienza), vorremmo suggerire qualche contributo àlla conoscenza delle possibili alternative al biotech.
È poco noto che fu proprio Rudolf Steiner, il fondatore dell'antroposofia, a dare il via al movimento per l'agricoltura biologica. Nel 1924, poco prima di morire, Steiner scrisse «Impulsi scientifico-spirituali per il progresso dell'agricoltura», un compendio delle sue esperienze e delle sue intuizioni sull'argomento. Le idee di Steiner, in estrema sintesi, miravano a ricollegare l'uomo con la matrice misterica dell'agricoltura. Centrale è al riguardo il concetto per cui le piante sono organismi tripartiti, con un corpo fisico-chimico, un corpo energetico (l'etereità) e un corpo animico (l'lo di gruppo della specie) localizzato negli astri. «La pianta è un'immagine del cosmo», scriveva, e dunque nella pianta si riflettono i movimenti planetari e le posizioni zodiacali. Il calendario delle semine nasceva dunque da una profonda sapienza astronomicoastrologica, di cui s'è persa la consapevolezza. Lo sviluppo delle idee steineriane ha condotto l'attuale movimento agricolo biodinamico ed omeodinamico ad una grande vivacità intellettuale, a dispetto della sua collocazione minoritaria nell'ambito del settore bioagricolo. L'aspetto più interessante ditali ricerche - soprattutto nell'area germanica - è la loro capacità di riproporre le intuizioni simbolico-religiose di Steiner sotto una veste scientifico-matematica, un linguaggio accettabile anche per in nonantroposofi.
Ritroviamo così analogie non casuali con quanto descritto in precedenza da altri ricercatori. Anche secondo i biodinamici, il DNA di un seme è solo «l'ombra o il supporto fisico» per il suo corpo eterico. Il suo ruolo è quello di risuonare per simpatia, risvegliando l'elemento eterico, cioè «l'energia» , (o se si preferisce «l'onda quantistica») che è racchiusa nelle sue molecole [10]. Quando c'è pieno accordo tra le condizioni fisico-energetiche e il tempo astrale nel calendario agricolo, il seme va in risonanza con il suo io astrale (una sorta di «idea platonica» del seme) garantendosi quindi le condizioni più favorevoli per lo sviluppo. Benché i corpi astrali delle piante non siano attualmente verificabili, nondimeno il loro influsso appare reale. I risultati concreti dell'agricoltura biodinamica sono soprendenti: frutti di maggior dimensione e qualità, riequilibrio dell'ambiente naturale, riduzione degli insetti predatori e delle malattie delle piante. La biodinamica realizza perfettamente tutti gli obiettivi sognati e mai raggiunti dall'agricoltura industriale nonché dal suo più recente camuffamento, il cosiddetto biotech.

Conclusioni

Il momento storico attuale sembra segnato dalla rassegnazione. È sufficiente sfogliare il rapporto annuale del Worldwatch Institute al capitolo sulle «sorprese» ambientali[11] per essere colti dalla disperazione.
Come se non bastasse, al già gravissimo quadro dell'inquinamento da sostanze persistenti si stanno aggiungendo ora le sementi OGM, che sono ormai coltivate e commercializzate in tutti i continenti, tranne che in Europa, almeno per adesso.
L'Unione Europea sembra opporre un argine sfibrato da crepe e fessure, mentre all'esterno manovrano potenti cavalli di Troia. Nel classico bicchiere mezzo vuoto, adesso, alle soglie del nuovo millennio, sembra ci sia rimasto appena un goccio. Ma èquanto basta per ripartire. Accantonando il balbettio della politica e la superficialità del giornalismo, ora si può fare affidamento esclusivamente sulla crescita interiore delle persone comuni. I segnali che questo stia avvenendo diventano sempre più forti, nonostante le manipolazioni dell'informazione. Un solo pensiero produce cambiamenti inimmaginabili, purché la sua fiamma risplenda con sufficiente chiarezza nella mente del maggior numero di persone. Dove cercarlo? Un pensatore buddista giapponese, il leader del movimento pacifista Soka Gakkai International, Daisaku lkeda, da circa trent'anni sviluppa una riflessione originale che ha per oggetto il destino dell'umanità. Nel 1976 così ammoniva: «Sostenere che il progresso della scienza possa eliminare l'inquinamento ambientale equivale ad alimentare una fiducia cieca nel potere della scienza. Ciò, oltre a distogliere l'attenzione dal problema fondamentale e più urgente, la necessaria rivoluzione della morale umana, potrebbe condurre a disastri peggiori»[12]. Parole che oggi suonano profetiche, ma non pervase da rassegnazione. Per quanto le attuali condizioni ambientali possano apparire prive di speranza, secondo Ikeda non esiste karma o tendenza umana negativa che non possa essere modificata, seppur a costo di seri e costanti sforzi. «Il karma non ha nulla a che vedere col concetto di determinismo elaborato dalla filosofia occidentale. Al contrario il Buddismo chiarisce la Legge che ci permette di percepire il significato del nostro karma individuale e di trasformare le sofferenze e le difficoltà che ne derivano in un trampolino non solo per l'autoriforma personale, ma anche per il miglioramento della società in cui viviamo e del mondo intero.(...) Ogni vita individuale contiene al proprio interno tutte le leggi dell'universo, come pure il fondamentale potere che è alla base di. tutti i fenomeni, (la buddità). (...) Con l'emergere della natura di Budda, la vita degli individui manifesta le qualità intrinseche alla buddità descritte dagli insegnamenti buddisti, ossia le quattro virtù di eternità, vero lo, felicità e purezza»[13].

Note:

  1. Jean-Marie Pelt, «L'orto di Frankenstein», Feltrinelli, 2000, p. 45.
  2. C. Fowler, P. Mooney, «Biodiversità e futuro dell'alimentazione», 1993, Ed. Red, p.202.
  3. Encyclopédie des nuisances, a cura di Jalme Semprun, «Osservazioni sull'agricoltura geneticamente modificata e sulla degradazione delle specie», 2000, Bollati Boringhieri, p.62
  4. Pelt, op. cit. pp.75-76.
  5. Giuseppe Sermonti, «Dimenticare Darwin», 1999, Rusconi, pp.59-60.
  6. Francois Jacob, "Il gioco dei possibili", 1983, Mondadori, p.74.
  7. Fritjof Capra, «La rete della vita», 1997, Rizzoli, pp.249-250, citando Lynn Margulis.
  8. Jean-Marie Pelt, op.cit. pp. 80-81.
  9. cfr. anche Chiang Kanzhen, "Esperimenti con l’aura", in Nexus n.4, pp.57-61
  10. Enzo Nastati, corso base di agricoltura biodinamica, materiale privato dell'Associazione «L'albero della vita», Trieste, 1994.
  11. Cfr. Chris Bright, A confronto con le "sorprese" ambientali, in State of the world '00, p. 43 e segg. "La natura non ha il pulsante di "reset". L'erosione ambientale... sta avviando cambiamenti irreversibili dei sistemi naturali».
  12. Arnold Toynbee-Daisaku lkeda, «Dialoghi», 1988, Bompiani, p. 47.
  13. Daisaku lkeda, "I misteri di nascita e morte", 1998, Esperia.

ITALIANI OTTIMISTI?

"Il 58 per cento degli Italiani sono ottimisti nei confronti del farmaci biotech".

Più della media europea. Lo dice uno studio del Censis e di Farmindustria (che - immaginiamo - dell’ottimismo degli italiani sarà a sua volta senz’altro ottimista) i cui dati principati sono stati resi noti nello scorso novembre. Ora, premesso che essere ottimisti vuoi dire poco o niente, che il 58 per cento degli italiani strizzi comunque l’occhio al biotech é una brutta botta per chi, come noi, fa parte evidentemente del restante 42 per cento del Paese Reale. Da veri sportivi. ci rassegneremmo comunque alla sconfitta se non fosse che più avanti, di dato In dato (il 60,8 per cento degli italiani «ha grande fiducia nei centri dì ricerca>., il 70,8 ritiene il biotech «una priorità di investimento», etc.), ce ne sono due iiluminanti: in materia di biotecnologie, difatti, il 64 per cento dice di averne solamente «sentito parlare» e il 70 per cento «si dimostra ignorante o malamente informato»
Piccolo calcolo: se il 58 per cento é «ottimista» e il 70 per cento «non sa», significa quanto meno che il 28 per cento degli italiani (uno su quattro) «è ottimista senza sapere di che accidente sì sta parlando».
Quanto meno. Sarebbe interessante sapere quanta altra percentuale, del 70 per cento che «non sa», si è dichiarata «ottimista» nei confronti del biotech, ma dubitiamo che il Censis e Farmindustria ce lo vengano a dire. Siamo "pessimisti". (f.s.)