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Dall'archivio rispunta una vecchia foto in bianco e nero scartata nel '68 da un satellite della NASA: che cos'è quel «buco» al Polo Nord? e perché di questa foto ufficialmente non si parla mai?



L’impossibile terra cava

Numero Nexus #30
Pagine 7-9 (inserto italiano)
Data di uscita luglio-agosto
Anno 2000
Autore Luciano Buggio e Furio Stella

Indice


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Il Polo Nord ripreso nel 1968 dal satellite Nasa. Qui ed in copertina si nota chiaramente l'esistenza del «foro».
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L'immagine più convenzionale.

Clic. Quella vecchia foto in bianco e nero non la smette di saltare fuori dai cassetti della memoria. O di ammiccare qua e là (sempre meno però) negli ambienti alternativi o in qualche pagina di libri o di riviste del mistero. È una foto della Nasa -ufficialissima: questo non si discute - scattata da un satellite in orbita attorno alla Terra. E c'è anche una data: il 23 novembre 1968. Ma il problema non è la Nasa, il tipo di satellite (ESSA-7) o il giorno del clic: il problema è quello che si vede. Già, cosa si vede? La Terra con un buco. Un largo, grosso, grossissimo foro in corrispondenza del Polo Nord. Troppo bello per essere vero.
E difatti, passata la sorpresa, la prima reazione è che si tratti di un fotomontaggio, o insomma di un falso fatto neanche tanto bene. Possibile che di questa foto, ufficialmente e scientificamente, non si parli mai? Possibile che un buco del genere, con gli aerei di linea che tracciano tutti i giorni delle rotte circumpolari, possano riuscire a tenercelo nascosto? No, non è possibile.
E che dire poi del fatto che il buco nella sua estensione prenda dentro terre emerse, la Groenlandia per esempio, o che tutt'attorno non si scorga nessuna linea d'ombra, nessuna separazione del giorno dalla notte, come se la Terra fosse illuminata da tutte le parti in maniera uniforme?

Due foto accostate

Per la verità una risposta alla mancanza di linea d'ombra c'è. Ed èanche una risposta facile: manca, perché quello che si vede è in realtà l'accostamento di due mezze fotografie scattate in luce diurna. Guardando bene, difatti, la linea di sutura è evidente e Io è soprattutto nei tratti in cui le striature delle nubi sì interrompono e non sono coerenti.
Il fatto è che la foto non ritrae i continenti e i loro confini, lì profilo delle terre - e con esso il reticolo di latitudini e longitudini - è stato riportato sopra solo successivamènte. A mano. Ciò significa che la pellicola èstata impressionata mediante una tecnica fotografica non convenzionale: una tecnica in grado, per esempio, di riprodurre solo le nuvole.
Oppure un contenuto gassoso dell'aria, con diversa distribuzione e gradiente. In tal modo dove la concentrazione non è alta appare il nero (il «sereno»?) senza però fornire nessuna informazione sulla superficie sottostante, solida o liquida che sia. Così il sottile cerchio bianco intorno al polo non sarebbe l'orlo vero e proprio di un buco visibile, ma una perturbazione atmosferica: se per ipotesi le striature bianche fossero davvero nuvole, si tratterebbe Insomma di un addensamento nuvoloso a forma di anello.
Certo, le condizioni perché l'anello sia perfetto e vuoto nel suo interno devono essere meteorologicamente eccezionali. Lo si vede per esempio da un'altra foto scattata dal satellite Nasa, quella più «normale», nella quale la fitta nuvolaglia invade l'area del buco. Resta sempre il problema di fondo: se le cose stanno così, se la foto ha comunque un'attinenza con il reale, com'è che il fronte nuvoloso non viene osservato comunque con una certa periodicità dai passeggeri dei voli circumpolari o dagli abitanti delle alte latitudini? Forse una prima soluzione potrebbe stare proprio nel particolare tipo di tecnica fotografica dato come ipotesi. E cioé che la foto sia stata effettivamente ottenuta in una sola e determinata gamma di frequenze emesse da elementi che compongono la perturbazione atmosferica, e che sono abbondanti non necessariamente laddove le nubi sono più addensate. Come a dire che l'occhio umano, al posto della fotocamera del satellite Nasa, avrebbe visto tutt'un'altra cosa. Sono questi gli strani e densissimi «banchi di nubi" descritti da molti esploratori polari?

Nuove coincidenze

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Alcune foto tratte dalla sequenza di immagini a colori pubblicata da «Le Scienze», numero 183: «l'anello» sarebbe un aurora polare.

Ci stavamo riflettendo su, quand'ecco spuntare una seconda foto. O meglio una sequenza di foto a colori, pubblicata in un vecchio numero di «Le Scienze» (l'edizione italiana di "Scientific American»: il numero è il 183 del novembre 1983), una delle quali è finita anche bella grande in copertina. Curioso: i numeri esauriti di «Le Scienze» sono un paio di decine su alcune centinaia, eppure il 183 figura fra quelli. Si tratterà sicuramente di un caso, ma ecco che subito ne spunta un altro. Si, perché confrontando la dimensione del buco nelle foto della sequenza con quello della foto in bianco e nero del 1968, si scopre che sono uguali. Sul serio. O meglio: a una prima occhiata l'anello delle prime risulta molto più ampio. Ma se si osserva la disposizione dei paralleli e il tracciato delle terre emerse della seconda (le distanze equatorial-tropicali tra i paralleli sono uguali a quelle della zona polare, contro la legge della prospettiva sferica), si vede che in quest'ultima il planisfero boreale èstato «spalmato» su una superficie piana. E dunque l'oggetto reale fotografato risulta, con due calcoli trigonometrici, esattamente quello delle foto a colori de «Le Scienze», con lo stesso rapporto (circa un terzo) fra il diametro del buco e quello della sfera terrestre. Un caso anche questo?
Oddio, vero è che qui non si vedono perturbazioni atmosferiche in forma di nubi. Piuttosto: è come se nell'immagine, ottenuta a luce ultravioletta, fossero state registrate informazioni sulla pressione dell'aria atmosferica più che sulla presenza di vapore acqueo, dato che la coltre - tranne la strana striatura diametrale che attraversa l'area dell'anello - appare omogenea sul resto del pianeta. A conferma del fatto che l'anello non èil bordo di un foro circolare nella crosta, ma una perturbazione sovrastante che riguarda solo l'atmosfera, si osserva poi nella sequenza una variazione della sua forma, un'ovalizzazione progressiva (con spostamento del tratto diametrale), come se moti convettivi su grandissima scala dell'aria lo stessero deformando. Forse la configurazione potrebbe essere anche completamente distrutta fino ad arrivare all'equivalente della seconda foto in bianco e nero, quella con il buco coperto dalla nuvolaglia.
Sarebbero state pubblicate, queste foto, senza l'interpretazione teorica che si tratti di un'«aurora polare»? Non lo sappiamo. Ma cominciamo francamente a dubitarne. Non solo perché foto identiche sono state scattate ai poli di Giove e di Saturno (aurore polari anche quelle?), ma anche perché non si capisce, pur nell'eccezionalità dell'evento, come possa essere stata prodotta un'aurora dalla forma così perfettamente circolare quando quelle note sono irregolari. In ogni modo l'anello, nell'ipotesi magnetica, deve essere necessariamente centrato nel polo magnetico della Terra anziché in quello geografico. Ed è quello che viene fatto nell'elaborazione di copertina, dove la foto porta disegnato sopra il profilo dei continenti, e dove la porzione di Groenlandia dentro il cerchio è molto maggiore qui che non nel bianconero. Insomma un clamoroso falso, se dobbiamo dare retta alla foto del 1968, sicuramente più obiettiva nella ricostruzione del suo orientamento. Forse perché - azzardiamo -dbvendo restare riservata, non bisognava preoccuparsi troppo della sua interpretazione?

Halley e gli anticontinenti

La foto in bianco e nero da cui ècominciata la nostra storia non è l'unica ad ammiccare negli ambienti alternativi.
Casomai è l'ultima: l'ultima prova a supporto dell'ipotesi che la Terra sia cava. E che sotto la crosta del pianeta esista un mondo sotterraneo fatto di oceani e di continenti, abitato come il nostro, a cui sia possibile accedere mediante una fitta rete di gallerie, e di cui i buchi ai poli sarebbero più o meno delle speci di entrate principali (o due delle tante: le altre sarebbero sparse per il mondo dall'Oregon a Giza).
Una teoria che ha visto impegnati nei secoli esoteristi, scrittori, visionari, ma anche esploratori, scienziati, astronomi e matematici di prima grandezza. Come dimenticare per esempio che uno dei sostenitori più convinti della teoria della Terra cava è stato il reale astronomo inglese Edmund Halley (1656-1742), quello ha scoperto il moto delle comete e dato il nome alla più conosciuta? O l'accademico svizzero Leonardo Eulero (1707-1783), a sua volta uno dei padri fondatori dell'alta matematica? Halley sosteneva che la crosta della Terra «era spessa quasi cinquecento miglia» e che il vuoto all'interno era occupato da tre pianeti concentrici <'delle dimensioni di Marte, Venere e Mercurio». Eulero era invece dell'idea che dentro la Terra ci fosse solo un'unico sole centrale ma anche - e in questo èstato senz'altro un precursore - una «civiltà altamente avanzata». Una tesi, questa, ripresa in buona parte dallo scozzese John Leslie (1766-1832), altro matematico, che invece dell'unico sole centrale ce ne mise due, o meglio uno, Plutone, e il suo satellite Proserpina. Sarebbe interessante domandarsi perché mai Halley ed Eulero sostenessero una teoria assolutamente contraria a quella della gravità di Newton dal momento che ne erano essi stessi convinti assertori.
Forse che la forza della tradizione (iniziatica?) era molto maggiore? Mah... Di sicuro la scienza del '700 non pretendeva ancora di spiegare ogni cosa sulla base di dinamiche meccanicistiche: le posizioni per cui gli oggetti e i pianeti venivano regolati da genesi non necessariamente obbedienti alle leggi di gravità, per esempio, vennero abbandonate molto lentamente. E solo successivamente si è imposta una scuola che predicava la «gravitazione universalÈ>. Piuttosto: parlando di continenti sotterranei èmolto interessante il fatto che una tra le più recenti scoperte geofisiche riguarda i cosiddetti “anticontinenti»: grossi pezzi di crosta terrestre (sprofondati nel corso delle ere geologiche per alcuni, autoprodotti da reazioni chimiche per altri) che «galleggiano» nella zona di confine fra il mantello della Terra e il nucleo esterno, tremila chilometri sotto i nostri piedi. Bene, secondo uno fra i ricercatori più ortodossi, Thorne Lay, attuale docente di scienza della Terra all' università delle California, «la differenza fisica fra le due zone èancora più diversa di quanto l'aria sia diversa dalla roccia». L'aria dalla roccia. Che è come dire, appunto, la differenza che c'è fra il vuoto e la materia...

Da Platone a Gardner

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Lo schema della Terra Cava secondo Marshail B. Gardner, pubblicato sulia seconda edizione dl «Viaggio al centro della Terra» (1920).

Dicevamo di Halley. Prima di lui dovremmo citare Platone e le antiche dottrine buddiste sul mondo sotterraneo di Agartha e sulla sua mitica capitale Shamballa. In realtà ci interessa molto di più quello che sulla Terra cava è stato detto e scritto negli ultimi due secoli. A cominciare dalle teorie di John Cleves Symmes (1 780-1829), ex capitano di fanteria dell'esercito statunitense: era talmente convinto che la terra contenesse una cavità - anzi più di una cavità: cinque sfere concentriche - da chiedere a tutte le persone più influenti d'America di finanziare una spedizione ai poli per trovarne l'ipotetica apertura, lì suo appello fu preso a cuore dal senatore del Kentuchy (e futuro vicepresidente Usa), Richard M. Johnson, che sottopose addirittura tre petizioni al Congresso per «portare grandi onori e vantaggi all'America con la scoperta di quelle nuove terre». Inutilmente, però. In compenso le teorie di Symmes alimentarono la fantasia di scrittori come Edgard Allan Poe («L'avventura senza pari di un certo Hans Pfall»), Giulio Verne («Viaggio al centro della terra», 1864) e quell'Edward George Bulwer Lytton («The Coming Race», 1871) la cui teoria-idea degli «esseri superiori» e dei loro «poteri Vril» esercitò una grandissima attrazione su Adolf Hitler. Tanto da indurre il Fuhrer a ordinare missioni ai quattro angoli del mondo o ad esplorare caverne e miniere europee alla ricerca delle terre dei Vril-ya.
Tornando ai primi del Novecento, quando le spedizioni artiche cominciavano davvero a puntare sul Polo Nord, fece vasta eco «Phantom of the Poles» («Il fantasma dei Poli», 1906> di William Reed. Non era un libro di libera fantasia: il lavoro si basava difatti sui resoconti degli espIo ratori polari, e citava prove scientifiche a supporto. Secondo Reed la crosta terrestre doveva avere uno spessore di 1.280 chilometri, le aperture ai poli c'erano ma erano più piccole di quelle immaginate da Symmes. E, naturalmente, all'interno della Terra dovevano esserci oceani, fiumi e montagne e «con ogni probabilità razze sconosciute agli occupanti della superficie».
Mica un caso isolato, anzi. Nel 1908 fu pubblicato «The Smoky God» di Willis George Emerson, in cui viene raccontata la storia (vera o no) del pescatore norvegese Olaf Jansen, entrato assieme al padre nel buco polare e poi protagonista di un soggiorno di due anni fra i longevissimi giganti che popolano il mondo sotterraneo. Nel 1913 ecco spuntare il «Viaggio all'interno della Terra» («A Journey to the Earth's Interior») di Marshall B. Gardner che pur senza conoscerlo riprende l'idea della Terra cava di Reed> ma con un sole centrale responsabile fra l'altro delle aurore boreali e australi. Nella teoria di Gardner non esisterebbe una spaccatura fra il mondo di sopra e il mondo di sotto: una nave che continuasse a navigare, per una sorta di inversione della gravità, andrebbe avanti in una posizione capovolta senza che nessuno degli occupanti possa rendersene conto. E poi ancora: all'interno della Terra esiste un clima temperato, senza sbalzi di temperatura, quasi sub-tropicale. Le quantità di prove a sostegno che Gardner continuò ad accumulare era talmente voluminosa che nel 1920 la seconda edizione di «Viaggio all'interno della Terra» dovette essere ampliata a 450 pagine. Non prima che il suo autore fosse passato per l'ufficio brevetti: Gard ner difatti sottopose regolarmente la sua richiesta di scoperta all'ufficio federale che gliela concesse in data 12 maggio 1914. Brevetto degli Stati Uniti numero 1096102.

Le esplorazioni di Byrd

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Il contrammiraglio Richard E. Byrd sui ghiacci del polo.

Le aspettative di Gardner («Riusciremo a vedere tutto questo quando esploreremo a fondo l'Artico») furono in qualche modo soddisfatte trent'anni dopo dalle esplorazioni di Richard E. Byrd, contrammiraglio della Marina Usa, che volò per due volte all'interno dei poli, spingendosi nel 1947 per circa 2.700 chilometri aldilà del Polo Nord e, nel 1956, per altri tremila oltre il Polo Sud. Byrd descrisse, in entrambe le spedizioni, territori privi di ghiacci, laghi, alberi, fiumi e persino «un animale mostruoso simile al mammuth dell'antichità». Resoconti eccezionali, dei quali però, tranne qualche spezzone di messaggio via radio o delle notizie data dai giornali dell'epoca, è andata persa completamente ogni traccia. Così come dei documenti personali di Byrd, scomparsi o comunque classificati dopo Lo schema della Terra Cava secondo Marshail B. Gardner, pubblicato sulia seconda edizione dl «Viaggio al centro della Terra» (1920).
Sotto, un'immagine del contrammiraglio Richard E. Byrd sui ghiacci del polo.
la sua morte avvenuta nel 1957. Nello stesso anno, ennesima strana coincidenza, l'Artico e l'Antartico furono teatro di una straordinaria attività militare da parte degli Usa che coinvolse quasi 5.000 uomini a bordo di sommergibili, innumerevoli unità di superficie e aerei. «Anno Geofisico», era l'etichetta appiccicata sull'intera operazione: molti però sono ancora convinti che l'autentico obiettivo degli sforzi era quello di verificare e chiarire le scoperte di Byrd. Da allora il mondo sotterraneo, con le sue presunte civiltà e i collegamenti con l'esterno, è diventato materia da «Ufo connection». La materia ideale per trasformare l'indizio che effettivamente esistano aperture fisiche ad entrambi i poli - il che guarda caso corrisponde «accidentalmente» alle anomalie atmosferiche al di sopra fotografate dai satelliti Nasa - in qualcosa di troppo improbabile per poter essere vero.
Giusto?