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Studi sul sole potrebbero far luce sul riscaldamento globale

Numero Nexus #30
Pagina 8
Data di uscita luglio-agosto
Anno 2000
Fonte The Washington Post, 9 ottobre 2000


Una nuova ipotesi, avanzata da Henrik Svensmark del Danish Space Research Institute di Copenhagen, collega la quantità di raggi cosmici che colpiscono la Terra con le formazioni nuvolose, le quali a loro volta influiscono sulle temperature atmosferiche.
Il campo magnetico terrestre deflette molte particelle elettricamente cariche, come i protoni e i nuclei atomici erroneamente conosciuti come "raggi" cosmici. Il resto penetra nell'atmosfera, trasformando le molecole d'aria elettricamente neutre e i vapori sospesi in ioni caricati. In tali condizioni, hanno argomentato all'inizio di quest'anno due scienziati dell'UCLA su Geophysical Research Letters, le molecole sono più inclini a compattarsi in raggruppamenti, i quali rendono dense le nuvole a bassa quota che schermano la superficie del pianeta. Solitamente, le sottili nuvole ad alta quota riscaldano il pianeta intrappolando nel cielo il calore uscente. Ma le spesse nuvole a bassa quota hanno un deciso effetto di raffreddamento.
Secondo questa logica, quando il campo magnetico del Sole è più forte - ad esempio, come durante un'elevata attività delle macchie solari - esso deflette più raggi cosmici, impedendo loro di colpire le molecole d'aria. Meno raggi cosmici significano meno nubi, il che significa maggior riscaldamento.
Svensmark e colleghi hanno riferito i loro ultimi risultati ad una conferenza, tenuta in Spagna a settembre, su "Il Ciclo Solare e il Clima Terrestre". Usando i dati dell'International Satellite Cloud Climate Project, hanno scoperto che la quantità di copertura nuvolosa a quote di due miglia o inferiori è direttamente collegata ai livelli di raggi cosmici — almeno nel periodo per il quale sono disponibili i dati del satellite.
Ma la Terra è andata riscaldandosi per più di un secolo. Forse il campo del Sole si è rinforzato per così a lungo? Sì, secondo Michacì Lockwood e colleghi presso il Rutherford Appleton Laboratory in Inghilterra, che l'anno scorso avevano pubblicato sulla rivista Nature esattamente tale risultato.
Analizzando le misurazioni strumentali registrate sin dal 1868, hanno concluso che il campo magnetico esterno del Sole è aumentato del 230 per cento sino al 1901 e del 40 per cento sino al 1964.